Paolo Badini: firmato “Paulus”

  “Ha”:

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tatu”:

Tatu (Small).jpg

“Ha” significa “foglia” in giapponese, ed è il pittogramma che è riprodotto, in cinese, nella scrittura più antica, l’ideogramma di “foglia” è identico ma si pronuncia in altro modo. Ho dato una interpretazione in chiave moderna con parole in italiano e disegni del ‘KANJI’ (ideogramma e concetto) che in realtà è proprio un concetto filosofico: è un lavoro complesso a cui mi sto dedicando da decenni e che sta dando risultati insperati. Sono già arrivato a comporre con quattro-cinque pittogrammi delle intere dissertazioni poetico-filosofiche che accomuno a un’interpretazione “visuale” in italiano, caratterizzata da una grande sintesi. Ne ho già fatti 100 della serie “tatu”. “Tatu” in Oriente significa “eternità” e “attimo”: è anche esteticamente molto gradevole. I pittogrammi vengono realizzati con un inchiostro molto acquoso, ciò ha dato origine ad uno stile che ho definito “gocciolato” e che forma dei chiaroscuri nel segno.

 

***

 

Ricordo che, tanto tempo fa, forse in una vita precedente, ero lo scrivano di un piccolo villaggio sperduto nella sterminata Asia agricola. Ero l’unico del paesino che sapesse disegnare i “Kanji”, me li aveva insegnati mio nonno, mentre mio padre non ne aveva voluto sapere, preferiva il lavoro dei campi. Qualcuno degli uomini e solo una donna sapevano leggere. Non avendo figli mi sforzavo con grande difficoltà di insegnare a qualche ragazzino del paesello.Periodicamente ricevevo visita da parte degli uomini dell’Imperatore, gente dura come il ferro, che mi consegnavano degli editti che dovevo riprodurre tali e quali, senza alcuna variante. Poi ritornavano, confrontavano il mio scritto con l’originale e lo affiggevano nel punto più frequentato del villaggio. L’originale veniva ripreso.

 

Avevo anche il compito di spiegarne il significato alla popolazione. Sapevo che erano esistiti, ed esistevano ancora, uomini che sapevano trarre dai Kanji grandi significati morali e che li combinavano in modo tale che a molti risultasse chiara la Via da percorrere. Io stesso mi dilettavo nel creare dei brevi componimenti formati da una quindicina di caratteri, accompagnati da abbozzi rappresentanti figure e paesaggi. Da ciò ricavavo grande piacere anche se nessuno del paese riusciva ad interpretarli. Ai ragazzini piacevano molto.

 

 

 concetti del Potere e della Poesia

 

 

Ricordo che, tanto tempo fa, forse in una vita precedente, ero lo scrivano di un piccolo villaggio sperduto nella sterminata Asia agricola. Ero l’unico del paesino che sapesse disegnare i “Kanji”, me li aveva insegnati mio nonno, mentre mio padre non ne aveva voluto sapere, preferiva il lavoro dei campi. Qualcuno degli uomini e solo una donna sapevano leggere. Non avendo figli mi sforzavo con grande difficoltà di insegnare a qualche ragazzino del paesello.Periodicamente ricevevo visita da parte degli uomini dell’Imperatore, gente dura come il ferro, che mi consegnavano degli editti che dovevo riprodurre tali e quali, senza alcuna variante. Poi ritornavano, confrontavano il mio scritto con l’originale e lo affiggevano nel punto più frequentato del villaggio. L’originale veniva ripreso.

 

Avevo anche il compito di spiegarne il significato alla popolazione. Sapevo che erano esistiti, ed esistevano ancora, uomini che sapevano trarre dai Kanji grandi significati morali e che li combinavano in modo tale che a molti risultasse chiara la Via da percorrere. Io stesso mi dilettavo nel creare dei brevi componimenti formati da una quindicina di caratteri, accompagnati da abbozzi rappresentanti figure e paesaggi. Da ciò ricavavo grande piacere anche se nessuno del paese riusciva ad interpretarli. Ai ragazzini piacevano molto.

 

 

*** 

 

estrapolazioni

 

 

Paolo Badini ha collaborato ai primi tre numeri della terza serie di “bricolage”, antologia in progress [a cura di Giancarlo Pavanello], dal 1994 al 1996. dal suo racconto, Cronache D’Annunziane: “il villaggio sui campi di neve, ora il mio animo disegna l’inverno […] gli spogli rami tessuti dall’Inverno”. in una sua e-mail: “Adesso vendono i libri anche negli uffici postali, dicono che ne vendono parecchi. Bisognerebbe coniare un termine nuovo, ancora differente da ‘letteratura d’intrattenimento’, tipo ‘soft oppure Soap Books’ “. in due allegati, la foto della sua “giacca da poeta”

 

 

***

 

l’Alfabeto dello Spazio

 

 L’inserimento degli avverbi  provoca  una specie d’allargamento del significato della frase. Bisogna proprio asserire ciò per tutti gli avverbi. Per effetto di questa parte del discorso, il tempo in qualche modo si dilata e non si arresta. Il periodo oscilla, in una specie di sospensione, collegata ad una frattura. Più che un significato nel tempo, esso sembrerebbe tendere a rafforzare un’indeterminazione nella frase. Cercare di afferrare il tempo forse significa perderlo definitivamente, in quanto non è neppure un’entità astratta, esso non è neppure “il tempo” come noi riteniamo che esso sia. Il “tempo” per noi non corrisponde a nessun ragionamento. Osserviamo quindi un movimento contraddittorio degli avverbi. Il verbo crea qualche cosa già molto più determinata, in quanto i modi e i tempi corrispondono già ad una segmentazione temporale. L’avverbio stabilisce un’attribuzione del verbo.

La nostra sintassi sembra proprio destinata prevalentemente a formare delle associazioni su delle qualità, a creare delle “persone” soprattutto nell’unità del tempo (che è una pura indeterminazione) e del luogo. Funziona molto male quando agisce su delle “pluralità”, ed è carente nel fissare gli individui in rapporto con il “gruppo”.

 

Quando i periodi tendono a formare degli “appoggi”su delle ulteriori proposizioni, il nostro linguaggio tende soprattutto ad entrare in crisi.

Già la “dialettica” si riferisce soprattutto a movimenti contraddittori. Ma cosa può accadere quando gli elementi in questione sono più di due, vale a dire oltre la tesi e l’antitesi? Chissà se l’origine della dialettica sia da riferire ad un’allegoria dell’atto sessuale?  Oppure essa si sia formata, nella notte dei tempi sulla metafora dell’alternarsi di due corpi astronomici: il Sole e la Luna. Se quest’ultima ipotesi è esatta, dovremo aspettarci dai viaggi nello spazio e soprattutto dalla permanenza su pianeti che possiedono più corpi astronomici, numerose modifiche alle nostre regole grammaticali ed anche alla nostra maniera di pensare.

 

Allora perché non cominciare subito, con l’osservazione del cielo, dalle carte del firmamento, dalle immagini dei viaggi interplanetari, a tentare di ricavare un nuovo alfabeto, qualche ideogramma, per un’ipotesi di un “Alfabeto dello Spazio”? Poi si formerà una nuova scienza: l’astro-psico-linguistica?

 

***

 Cosmic (Small).jpg

Viaggiare nello spazio oggi  è un po’ come cercare di far entrare la chiave nella toppa della porta di casa al buio: dipende forse in che legge della fisica ti collochi? C’è gente  che sta gironzolando nel cosmo da millenni  e che sa perfettamente che se torna nel luogo di partenza potrebbe trasformarsi in un granello di sabbia, un millepiedi, una mummia egiziana , o altre cose ancora… Il tempo va avanti e indietro, le ombre spesso non coincidono. @

 

***

 

La cavalleria

 

 

appunti

 

 

 

 

Avevamo temibili macchine da guerra. 

 

Combattevamo per l’onore e per i feudi.

 

Nelle terre da noi governate regnava la giustizia

 

Allora era tempo di spregiudicati maghi, dei veri imbroglioni,  e di streghe  funeste che preparavano terrificanti pozioni magiche e potenti veleni

 

Preparavamo noi stessi il cibo da consumare

 

Abbiamo modificato interamente l’arte del cavallo

 

Abbiamo selezionato e usavamo diverse razze di cavalli ed eravamo gli unici a saper girare completamente il cavallo in guerra

 

I magistrati  erano una casta come noi e molti erano nostri dipendenti, dall’insegnamento essi  ricavavano poco, finché non nacque “Il libero insegnamento”,  voluto da noi.

 

Prima di porre lo stato d’assedio trattavamo sempre, ma se i patti venivano violati agivamo con risolutezza.

 

Non esponevamo effigi o immagini di rilievo perché avevamo imparato dagli iconoclasti, ma difendevamo spesso gli artisti perché la società era divisa in arti e mestieri.

 

Gli archivi a quel tempo erano sempre  all’ interno delle torri . Ma i nostri li tenevamo in  ordine e protetti da guardie e infalsificabili sigilli.

 

Non abbiamo mai usato “carne da freccia”,  ma  quando arrivavamo noi gli  arcieri erano esausti. Come facevamo non possiamo rivelarlo, nemmeno ora. Il “metodo”, la maniera di ragionare e quindi la maniera di fare, è coperto da segreto. Siamo noi che abbiamo impedito a Descartes, cioè a Cartesio, di spiegarsi  completamente, l’abbiamo impedito anche ad altri…

 

Solo noi potevamo scindere il  patto dei legati alla terra, ma non lo facevamo spesso perché i proprietari ci facevano apparire come invasori.

 

Non siamo mai riusciti  ad asportare il dolore dal mondo perché altrimenti i sermoni non avrebbero funzionato (non ci sarebbe stato seguito ai sermoni)

 

Sulla grande scena della vita bisogna saperci  stare: Studiavamo attentamente tutti i recitativi   di guerra e quelli della pace. L’Ariosto l’ha spiegato bene,  c’erano degli uomini che vincevano le battaglie leggendo ad alta voce dei libri…

 

Non ci occupavamo mai di questioni teologiche perché erano i vescovi  che le regolavano tra loro : Noi operavamo solo in nome della virtù offesa, dell’onore e  dei territori. Per questo difendevamo le lettere:  dominavamo gran parte del mondo conosciuto.

 

***

[testi inseriti nel precedente blog “poexia.myblog.it, poi cancellato]

 

23/06/2009 

 

IL DUBBIO DEL FARAONE

 

 

A volte uno strano albero vaga oltre i muri delle mie stanze attraversa i corridoi , va oltre le sacre iscrizioni; capita allora che la polvere portata dal vento resti sospesa in tutta la biblioteca per poi cadere al suolo generando una forma che indica i quattro punti cardinali :

Aretus, Disi, Anatole e Mesembria.

 

 

Amon io abbandonai per seguire la Luce ed essa non mi ha mai lasciato, ma il popolo inneggia contro di me minacciando di uccidermi perché è istigato dagli scribi e dai sacerdoti.

Restano a me fedeli le guardie, tutto l’esercito e la moltitudine degli schiavi.

 

 

Io incarno la giustizia e la grandezza di Aton in un antico patto sancito tra lui e la mia dinastia.

 

 

Anche se tutto riappare neanche la pietra sfugge alla legge del tempo e su di essa trascrivo la vera storia del mondo, ma il dubbio riguarda il destino che nessuno oltre a me sa interpretare ed ora so già che mani brutali ne trasformeranno il significato per renderlo

irriconoscibile.

 

 

Questo è il tormento che mi toglie spesso il sonno e che genera in me il tremore e, a volte, la malattia.

 

***

commenti dei visitatori

  

a Giancarlo Pavanello:

 

salve, vorrei poterle scrivere in privato riguardo la sua curatela della raccolta di poesie del poeta inglese T. E. Hulme. Spero leggerà qui. Cordiali saluti, Giampaolo DP

 

risposta del curatore:

 

grazie. avevo tradotto la raccolta di T.E. Hulme più di venti anni fa, pubblicata da Amadeus. penso che sia introvabile, nel mio archivio due o tre copie. il mio e-mail address si trova anche nel sito www.giancarlopavanello.it [un sito che devo rivedere da cima a fondo per migliorarlo]. comunque, è questo: g.carlopavanello@virgilio.it. mi scriva in privato. cordialità.

 

***

 

24/06/2009

 

 una traduzione

 [William Blake]

 

 

TIGRE

 

 

Tigre! Tigre! Luce accesa

Nelle selve della notte

Quale eterno occhio o mano

Frenerà il tuo  ordine agghiacciante ?

 

 

Non so più in che abissi o cieli

Arsero i tuoi occhi infiammati ?

In che ali intrepide egli aspira ?

Quale ardita mano prende il fuoco ?

 

 

Quali spalle e quale arte

Torce i nervi del tuo cuore

Proprio quando comincia il tuo battito

Che terribile mano ! Terribile piede !

 

 

Quale mazza? E che catena?

In che fornace era il tuo cervello?

In che incudine? Che tremenda stretta ?

Mortalmente il suo ardimento di terrore

suona improvviso.

 

   

William Blake

THE TIGER

  

Tiger! Tiger ! burning bright

In the forest of the night,

What immortal hand or eye

Could frame frame thy fearful symmetry ?

 

 

In what distant deeps or skies

Burnt the fire of thine eyes ?

On what wings dare he aspire ?

What the hand dare seize the fire ?

 

 

And what shoulder, and what art,

Could twist the sinews of my heart ?

And when thy heart began to beat,

What dread hand? And what dread feet ?

 

 

What the hammer? What the chain ?

In what furnace was the brain?

What the anvil? What dread grasp

Dare its deadly terrors claps ?

 

***

 

 29/06/2009

brevi considerazioni su cosa vogliamo asserire traducendo

 

Spesso mi trovo a riflettere ed a considerare con attenzione l’uso, non sempre deleterio, ma certamente spropositato della comunicazione scritta, trovandomi anche a ragionare sul fatto che, in realtà, essa non rappresenti nient’altro che la condensazione della parola verbale, che è poi, in effetti, la manifestazione sonora prodotta dell’apparato vocale. Forse noi riteniamo, semplificando, che ogni nostra manifestazione sonora si riferisca al pensiero, termine dalle molteplici significazioni e fascinazioni, parola che ha incantato generazioni innumerevoli di esseri umani, alcuni dall’inspiegabile rapacità al punto di voler arrivare a possedere il pensiero d’altri esseri, fino a definirlo  come loro possesso, ed addirittura a volerci  speculare sopra.

 Esseri di alto e di basso lignaggio si sono progressivamente illusi di dominare il pensiero. Hanno imparato, pur non conoscendone ancora perfettamente il funzionamento, a adeguarlo alle loro necessità, poi al pari di un muscolo, a considerarlo una propaggine del loro corpo, hanno appreso  a muoverlo, a spostarlo a dirigerlo verso tutto ciò che potesse, per loro, essere interessante. Ma non si sono  accorti che così facendo non hanno mai imparato a “pensare”.

Ora, forse non  è una supposizione,  il fatto che noi dobbiamo immaginare una composizione, una poesia, come qualcosa che possiamo considerare la più prossima possibile a ciò che riteniamo con il termine pensare:  “Ogni pensiero tira un colpo di dadi” di Mallarmé . Il vero pensiero, la vera chiusura del senso, la poesia come una specie di ultima ipotesi, che veleggi  nel “mare magnum” della comunicazione, quasi fosse un elettrone diretto a tutta velocità verso qualche nucleo atomico da far esplodere, oppure ciò che indica la direzione di una pista semantica capace di portare tutti in salvo.

Sta qui  l’ “hasard”, il “rischio”. Una traduzione in un’altra lingua, qualcosa che vada oltre l’ipotesi progettata del testo originale, ma nello stesso  riconduca fermamente a ciò che esso voleva determinare..

 Esiste sempre una ragione precisa che  porta a tradurre  un altro poeta, soprattutto se non  vivente. Anche se essa è stata commissionata, ciò non importa, sai che, comunque, comincia un  dialogo con l’al di là, forse anche un al di là distante migliaia di chilometri, che ti porta pure a confronto con una miriade di persone cui quel poeta ha attinto..

Parlavamo spesso con Mario Ramous, esperto traduttore dal latino ed interessante e colto poeta moderno… Ne avrei parlato volentieri anche con Emilio Villa, grande conoscitore delle lingue e degli idiomi del bacino del Mediterraneo, cui mi sarebbe piaciuto domandare dove avesse  attinto quell’aria scanzonata che aveva dato a tutta l’Odissea. Tempi difficili, questi , in cui le capacità letterarie possono contare poco o quasi nulla, ma in cui esse sembrano trasfigurarsi in qualcosa di prezioso, quasi di inarrivabile…

 Negli archivi sempre più scarni della nostra  memoria  culturale, molte parole  sono state conservate sulla “traduzione”, sulla sua perenne “infedeltà”, sulla noia causata dalle interpretazioni correttamente “filologiche”, anche se spesso necessarie, ma che comunque non rispettano il grande e antico gioco dei versi, il “rischio” che esse si portano sempre con sé.

Mi sono inventato una specie di metodo personale, forse anche un po’ dissennato. Forse anche un po’ impressionato dai soft-ware di traduzioni. Probabilmente potrò,  fra qualche anno, tradurre con un elaboratore  un testo di una antica lingua che non ho mai studiato, dal sanscrito, dal pali, e poi studiarne gli effetti sulla lingua che quel giorno sto parlando.

E’ decisamente analogo a qualcosa che assomiglia al metodo “Stanislavskji” , di immedesimazione totale con il testo originale, con il suo scrittore. Poi la lettura delle interpretazioni  filologiche  che sono state fatte su quel testo, l’assurdità  di qualche nota critica. Come il testo agisca sull’immaginazione, sulla  comunicazione delle idee, sulle correlazioni storiche. In questo viaggio che travalica il tempo, le parole allora diventano l’unica guida sicura, parole che cambiano di forma, di lingua,  di sintassi , si rimescolano, si riapprocciano, fino a trasformarsi in qualcosa che hai l’impressione che sia stata scritta assieme a chi ha scritto il testo originale, che  è poi l’effetto sul lettore , questo grande ipocrita, di tutta la poesia che rimane nella durata. Si apre là un infinito gioco del tempo, dei suoni e dello spazio “Nelle selve  della  Notte”…

  

***

 

02/07/2009

 

 

una traduzione

[Maurice Maeterlinck]

 

A N I M A

 

Anima !

Mia anima veramente troppo rifugiata!

E questa torma di desideri tutti conservati

                                               In serra

Attendendo il temporale sulle praterie.

 

 

Andiamo dunque verso i più malati!

Troverai delle strane  esalazioni

In mezzo a loro percorro un campo di battaglia assieme

                                                                       a mia madre.

 

 

Sotterriamo un compagno d’armi proprio a Mezzogiorno

Giustamente le guardie si concedono la loro colazione.

 

 

Andiamo dunque verso i più deboli:

Emettono strani sudori!

La fidanzata già ammalata

Un tradimento domenicale

Dei ragazzini in prigione

( E ancora più avanti dentro il vapore)

Agonizza forse una donna alla porta della cucina?

Oppure una suora che sbuccia dei legumi al capezzale di

                                                           Un malato incurabile:

 

 

Andiamo infine verso i più tristi:

( Proprio alla fine perché custodiscono potenti veleni)

Ah! Le mie labbra accetteranno forse i baci di un ferito!

 

 

Tutte le castellane sono morte affamate nei torrioni

                                               Dell’anima mia!

Ecco il giorno minuscolo che entra nella grande festa!

Vedo di sfuggita delle pecore che percorrono il  lungofiume

E una vela spiegata  alla finestra dell’ospedale.

 

 

Quant’è lungo il cammino dal cuore all’anima mia!

Dove tutte le sentinelle sono morte senza abbandonare

                                                           Il loro posto

C’è stato un giorno di modesti festeggiamenti nei sobborghi

                                                           Dell’anima mia

Tagliavamo la cicuta in un campo, di domenica mattina

E tutte le vergini del convento osservano passare i battelli

                                   In un giorno di fame e di sole

Proprio mentre i cigni soffrivano sotto un ponte avvelenato

Attorno alla prigione la potatura sminuzzava gli alberi

Provvedendo soluzioni in un pomeriggio di Giugno

Ed i pasti per i malati si diffondevano lungo tutti gli orizzonti

 

Mia anima

Quanta tristezza proprio lì, anima mia , quanta tristezza proprio lì!

 

***

 

06/07/2009

 

 

Le notti nei giardini pensili

Narrano che il contrasto tra i parchi stupendi dei ripiani a sbalzo e
l’immensa calura della città, fosse notevole ed entusiasmante.

Noi eravamo soliti trascorrere le notti nell’alta terrazza che
dominava
tutte le altre, i boschi fitti di vegetazione sottostavano, sorretti
dalle
robuste colonne, da cui salivano gli aromi delle resine e delle spezie.
Effluvi di minestre e di carni arrostite si mescolavano ai suoni delle
musiche e delle danze.

I nostri cuori si allargavano nella volta del cielo profondo e
stellato.

 

La Poesia e la Filosofia riempivano tutte le nostre parole ed i sogni che
ci prendevamo da svegli. Tra le ombre e le fontane, godevamo
dell’amicizia
d’esseri dalla potenza poderosa, dalle virtù infervoranti.

Il Tempo era già tutto consumato e gioivamo della sua fine.
Il ricordo andava spesso al periodo trascorso negli spettacoli, nei
balli.
Nelle notti d’amore inesauribile, anime gigantesche riempivano tutta
l’immaginazione e la facevano propagare fino a raggiungere altre
foreste
pittoresche e selvagge, città smisurate, mai viste prima.
Proferivamo assieme le prime ed uniche parole possibili, sull’uomo
e la
donna, sul loro eterno amarsi, conoscersi e rifiutarsi, in una burla
triste e gioiosa che riempie quasi tutto l’Universo.

Così la notte era le nostre parole, ed esse si stendevano come una
manna in
tutto il mondo di cui facevamo parte e di cui spesso oltrepassavano i
confini.

***

01/11/2009

prefazione a “la scolopendra” di Franco Ferreri

Immensi e sacri alberi ci vengono incontro tentando di abbracciarci
…. ad
ogni opera d’arte che si rispetti spetta l’ingrato compito di
definire i
propri limiti e di disegnare da sè la figura geometrica entro cui
inscriversi.
Franco Ferreri sembra aver voluto, in questo gruppo di composizioni
riunite
sotto un titolo bizzarro, collocarsi al di fuori di uno spazio
delimitato
dalla logica di una qualsiasi delle geometrie possibili.
Credo che, ragionando per assurdo, il fatto di non possedere un limite
entro
cui collocarsi, e, nello stesso tempo, raggiungere la cifra, la
definizione
esatta del testo, attraversarne tutti i segnali cui esso sembra
rispondere e
rimandare, senza per questo riconoscerne la lingua o il codice, alla sua
derivazione sociale, abbia contribuito così a demolire anche
l’ultimo
reticolo invisibile di una certa critica proto-marxista che non ha mai
trovato degli smentitori credibili neanche nei sostenitori della sua
opposta
fazione politica.
Ferreri quindi non è uno scrittore populista, ma un attento tracciatore
di
linee che vanno ben oltre alla superficie su cui sono disegnate, quasi
vaganti al confine del mondo sociale, che vanno alla ricerca di un colpo
letale che sia in grado di trasformare un paese di fantasmi, insensibili
alla sconfitta e alla disperazione, in un nuovo” collage” di
strutture più
coerenti e per questo maggiormente in grado di influenzare il destino
degli
uomini.
Sembra che la fortuna finisca sicuramente nelle mani di chi abbia
preso
fin dall’inizio la decisione di sottomettersi ai propri favori, e
quest’opera giunge puntualmente a smentire una specie di “
maledizione “
oppure un destino tragico, quasi rivoltando l’ordine
“naturale” degli
eventi, procedendo passo dopo passo fino ad esercitare il proprio
predominio
sullo svolgersi dei fatti, in maniera forse analoga a quella che la
tradizione assegna alla divinità egizia Ra che, sostenuta da divinità
minori, riuscì a mantenere così la sua supremazia sul mondo.
Le avventure racchiuse ne ” La scolopendra” (quasi una
parente nobilitata
della popolare canzonetta ” La cucaracha “) si svolgono sia
dentro sia fuori
del tessuto edilizio di un’enorme città paradossalmente moderna,
fino a
restringerne gli orizzonti, quasi fosse un contenitore, una scatola di
cartone, a sfumarne qualsiasi riferimento fino che esso risulti
disperso,
rimanendone presente solo come effetto evocativo; senza che la campagna
o il
mare (che diventano le uniche possibilità possibili) possano, da soli,
esercitare il loro fascino.
Una metropoli che possieda come minimo cinque milioni di abitanti,
luogo cui
l’autore dei testi è indissolubilmente legato, senza di cui non
potrebbe
neppure agire come personaggio legato alla propria vicenda.
La città enorme esiste pure sullo sfondo, sterminata e sulfurea . Quasi
una
nuova Gerusalemme , città santuario da cui si alzano i vapori di
infinite
combustioni e cui rifiuti sono sacrificati ad insaziabili divinità
,alla cui
spalle si possa misteriosamente generare un universo completamente
rovesciato , forse analogo a quello de ” La Divina Commedia”.
Forse è proprio a Dante , navigatore ,fin troppo integerrimo , di tutta
la
retorica teologica medioevale che si può paragonare l’uomo-artropodo
,sottinteso nel poema di Ferreri, che attraversa sia l’immagine
stereotipata
del passato , che la rappresentazione ingenuamente mitica del mondo
attuale
, falsamente amministrata dal gruppo di “saggi” che , in
apparente contrasto
tra loro , tendono a propugnarne l’immagine , a diffondere le
sembianze con
cui la modernità celebra se stessa, e , nello stesso tempo , a reggerne
i
fili …
Ferreri , autore di grande lucidità , non condivide questa visione
ufficiale
del mondo, giudicandola troppo ottimista , ma , nello stesso tempo ,
capisce
che è con lei che deve fare i conti , quindi colloca la sua possibile
narrazione quasi orizzontalmente allo svolgersi dell’opera che si
esprime
,si avvale di tutte le possibilità che le sono concesse per diventare
contemporanea della sua lettura , creando così un feed-back e quindi una
grande disponibilità del lettore verso il vissuto dell’opera.
Il colossale fortemente criticato , e che forse Ferreri avrebbe voluto
lasciare da parte, risorge , ma anche questo è , in parte voluto:
l’autore
non ha dimensionato il lavoro finalizzandolo ad una specie di misura
prima e
fondamentale, ma ha voluto fornire al lettore una serie di testi da cui
esso
potesse prima apprendere e poi ,proprio per mezzo delle conoscenze
acquisite
, comprenderne il significato .
Abbandonando qualsiasi punto di riferimento il lettore è sospinto
quindi ad
immergersi in una specie di oceano letterario vegetale ,
galleggiante,formato da organismi non più estraibili dall’elemento
liquido.
Si sente prosciolto e definitivamente innocente ; senza più alcun
debito ,
non tanto senza legge , ma portatore di una legge , definitiva ,
ideogrammatica e concisa..
Trasportata dal suo stesso ricordo , nella notte incantata, la scrittura
quindi trascrive un linguaggio orale. La spezzettatura dei suoni , anche
solo mentalmente, è inevitabile. E’ probabile che, secondo il grado
di
difficoltà o di familiarità della parola, essa generi un variazione più
o
meno percepibile. Ipotesi che diventa valida soprattutto per una
letteratura
come quella di Ferreri che , fin dall’inizio , si è manifestata come
silenziosa, fino a raggiungere , lentamente , una leggibilità che non
coincide più con la decifrazione del senso generato dal lessico, ma che
viene chiarita ex-novo fin dalla prima parte , ne “La leggenda
della
Scolopendra”.
Il testo di Ferreri si definisce quindi come una nuova riproducibilità
del
discorso , ma anche come documento che interagisce collegando tutti i
margini di ogni possibile ambiguità.Tutte le risposte che esso riesce
decifrare finiscono per costruire , messe assieme, un’immagine
dell’autore
che vaga in un mondo collegato all’immaginazione , ma che si basa
su degli
elementi connotati nel testo , così come essi vengono anche chiariti
dalle
note.
Il lettore viene messo in grado di attraversare quindi questa
costruzione
simbolica , quasi a contatto con un classicismo che ricorda quella
Virgiliano , di cui forse , alla luce di questa esperienza si potrebbe
azzardare una lettura più rispondente alle esigenze dei nostri tempi.
L’inevitabile ricorso quindi alla pagina scritta , sospinta alla
ricerca di
linguaggi documentari più o meno elaborati, redatti secondo sistemi di
tracce che possono anche non essere la loro scrittura genera un sogno
che
vaga oltre le meraviglie dell’immaginazione, formato anche da
spezzettature
che non rispettano più l’unità della sillaba.
Ferreri , il poeta, si sente libero di ridurre la narrazione a pochi
tratti
essenziali, evitando anche di svilupparne le parti che lo interessano di
più, arrivando quasi a celarne il tessuto che sostiene la narrazione. ;
la
distruzione dell’equilibrio delle parti , paradossalmente, non fa
che
aumentare il carattere unitario dell’opera: lo ” schema”
cui Ferreri si rifà
è il modulo compositivo in grado di soddisfare tutte le esigenze , e si
riallaccia quindi ad una riduzione all’essenziale.
Questo tipo di elaborazione racchiude in sè la convergenza tra
drammatizzazione e liricizzazione. Si potrà ritornare infinite volte
allo
stesso punto, ma quello che bisogna asserire è che non viene mai a
mancare
la precisione del testo, la sua dimensione che si delinea come una
forma che
appare e, nello stesso tempo, scompare ,e che si colloca , potremmo
dire ,
spontaneamente, in uno spazio ampio , arioso.
Il rapporto tra mito e storia è quindi rovesciato : non si tratta più di
risalire tramite il mito alla narrazione per illuminare le radici
religiose
che si presumono eterne, ma di affondare in quelle stesse radici,
rifiutando
di considerare la storia come unica e sola prospettiva
dell’evoluzione
dell’umanità.
I fatti , come essi si svolgono , ci impongono la solitudine e la loro
rappresentazione richiede una grande drammaticità; i limiti che ci
assegna
la tradizione non sono molto ampi . Ferreri, per strade diverse e a
volte
sconosciute, ci guida attraverso una innovazione stilistica che , per i
veri
amanti della poesia , non potrà mai risultare scandalosa

  Franco Ferreri:

poesie inviate da Paolo Badini

                                                  Anticamente

 

 

 

Anticamente

chiedevo ai monti pesciatini

l’eriche dove avanzassero

l’eriche

 

 

se nell’umiditˆ della pianura

o nelle secche nuvole

intorno

 

 

 chiaccheravo

intorno anticamente

chiaccheravo annusando i gechi

delle ossa

 

ossa lungo l’orizzonte

 

 

e  chiedevo all’eriche

se nell’umiditˆ

nuvole d’un lago anticamente

proiettassero in ossa i gechi

 

 

 escluso a  dormire

 

 

 le favole

ripetevo l’antica antichitˆ

dell’eriche lungo il lago

tracciato in ore d’ammissione

 

 

 e annusando intorno

chiaccheravo

nelle secche eriche anticamente

intorno

 

ovunque

 

 

a  ricondurmi il diavolo

nella  montagna

che avanza con l’estate avanti

 

 

 incitando

i lamenti delle nuvole

arrossate dentro il lago

ma giocavo

 

 

 ansando anche

e la neve

ombrava la valle d’impulsi

leggeri

 

 

 ansavo muovendomi

ansava il lago

arrossato di nuvole

 

 

 e lento il diavolo

espresse l’estate insolitamente

lungo i monti nel lago

 

intorno

ovunque

 

giro il Tevere

e m’induco ai ricordi

a rafforzare il lago di nuvole

ottuse

 

e arrossate

 

ora le case mi parlano

dei gechi che ho espresso

nell’oscuritˆ di quest’isola

 

 

 quando soltanto il diavolo

mi chiacchera

m’involge l’idee di erica

quasi antica

 

 

e a Pescia

c’ un lago ma piccolo

e salamandra tra i fal˜ della gola

e nella valle minima

di granchi dietro Pescia

il lago .

 

 

 

 

 

 

L’ Ilaritˆ Dello Stupore,

 

DOMINII,

 

 

riferirsi, forse una giornata chiara,

e una temporanea calma- fluisce ci˜

che importa e forse  un significato,

 

 

 dighe, e la meta  il mare,un

cerimoniale a sensazione ricco

di pienezze – mangiare o gozzo

viglia, una vera decisione,

 

 

 nel sogno la radice, un itinerario

un fruscio, un’elasticitˆ rigorosa :

al sapore entra l’aspirazione e un

getto di fuoco oscura le radici co

n lievi sussurri, con lievi esitaz

 

 

 ioni.

 

 

  

 

 

 

                                                  Lassa rete ,

 

 

  qual lontananza , giammai ! l’anima

 m’ tutta spenta , nella spinta , l’anima;

 la rima non l’ho fatta , andai dall’esteta

 e gli chiesi un’oncia di tenerezza, di estasi

 

 

 ( angoscia )

 ( tristezza )

 

 

  

 

 

Un invito forse

 

 

Un invito forse

non sostengo

dirige breve

come  limpido

il tuo occhio

  nell’indole

che ti mostro

la grande speranza

l’impulso non nuoce

pure all’occhio

eccomi

accanto

come in un risveglio

di chi morto

disillude invocando

forse

non ti esprimo

non si esprime

questa carica di sentenze

agli occhi

eppure intenti

eppure

morderei queste labbra

che insultano

senza odio

silenziose

la  notte che l’oro

mi traevo dal petto

aspetta

permetti che una nuvola

mi occupi

invece di occuparti

poi

resta tra le nubi

mentre i tuoni

 

commenti dei visitatori

 

Giancarlo Pavanello:

ho inserito i testi [tuo e di Franco Ferreri] così come me li hai inviati in e-mail, ma sarebbero da correggere. spero che io possa inserirne tanti altri, e anche di altri autori, sarei un po’ stanco di postare quasi esclusivamente poesie e prose mie. ho conosciuto Franco Ferreri nei primi anni settanta a Roma [1974 o 1975 ca], non ricordo se nella sede del Partito Radicale di via di Torre Argentina, che ho frequentato per un breve periodo, o nei dintorni [magari in un caffé di Piazza Navona], presentato da amici comuni che vi facevano riferimento. aveva all’incirca la mia età, o forse era un po’ più giovane, era silenzioso, osservava in silenzio, annuiva ma mi sembrava molto timido. poco tempo dopo ho saputo della sua scelta di uscire di scena.

 

 

 

 

 
Paolo Badini: firmato “Paulus”ultima modifica: 2009-04-27T08:42:00+02:00da auro.lauro
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