Giancarlo Pavanello: la poesia visiva [un saggio personale] [con una poesia visiva dell’autore]

 

Giancarlo Pavanello

la poesia visiva

[un saggio personale]

 

[con una poesia visiva dell’autore]

 

 

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Con la formula “poesia visiva” viene designata una particolare forma d’arte che sintetizza la scrittura verbale e l’immagine, di solito fotografica, in un unicum: ossia, un’arte letteraria [sia pure in una o più parole, in brevi enunciati] e un’arte visiva compenetrate: il linguaggio è misto, questo più quello, se si toglie una delle due parti il discorso resta mutilo o incomprensibile o del tutto banale. La sigla, se intesa in senso specifico, viene fatta ricondurre a un gruppo di letterati e/o artisti per lo più fiorentini operanti soprattutto dagli anni sessanta in poi, alcuni tuttora attivi, altri, come Eugenio Miccini e Luciano Ori, scomparsi non molti anni fa. Non intendo sobbarcarmi in un lungo saggio che richiederebbe volumi interi, e non basterebbero, sarebbero sempre incompleti, parziali, come lo sono le numerosissime pubblicazioni del settore [articoli, note, storie, cataloghi], si presterebbero a polemiche e sarebbero fonte di esclusioni e di ingiustizie.

 

In precedenza, Carlo Belloli, “lanciato” da Filippo Tommaso Marinetti nel 1944 come autore destinato ad aprire la strada del “futuro del futurismo”, aveva definito la propria opera poetica come “poesia visuale”, ritenendosi il caposcuola della successiva “poesia concreta” [ricalcata sull’“arte concreta”]: testi brevissimi e quasi sempre a-sintattici, ridotti alla semplicità della morfologia, sfuggendo alla complessità della sintassi, ma spaziati sulla pagina secondo certi criteri significativi, non escludendo il valore simbolico dei colori: insomma, la letteratura sintetica diventata un gioco grafico. Ancora di più nel senso dell’astrazione grafica nelle opere degli autori riconducibili alla seconda formula: la parola essenziale, perfino singola, o spezzata, frammentata, tenta di costruire un linguaggio visivo che possa essere comprensibile come segno, come immagine, oppure divenuto “concettuale”, decifrabile in qualsiasi parte del globo in grado di indurre a un lavorio critico nel “lettore” e nell’osservatore.

 

Senza risalire alle premesse epocali di queste arti verbo-visive della seconda metà del XX secolo, riconducibili all’antichità greco-romana, al medio-evo, al periodo barocco, alle culture extra-europee in cui la scrittura è fatta di ideogrammi e di pittogrammi, o ai veri e propri geroglifici [disegni-parole], vanno citate almeno le sperimentazioni di Stéphane Mallarmé [1842-1898], le “tavole parolibere” futuriste d’inizio secolo e il “lettrismo” francese, soprattutto dagli anni cinquanta in poi, tendente a ridurre la letteratura a sequenze di “lettere” dell’alfabeto, appunto, a segni, sottolineando l’inattualità del testo tradizionale nella comunicazione in un mondo globalizzato dai contenuti svuotati [con il caposcuola Isidore Isou].

 

Fra anni sessanta e anni settanta sono apparse alcune sistematizzazioni di queste ricerche verbo-visive, in pubblicazioni e saggi dei cosiddetti addetti ai lavori [poeti e artisti essi stessi, quindi in piena cognizione di causa, quasi un lavoro di militanza poetica]: in questo senso va ricordato Adriano Spatola, in particolare il suo testo teorico “verso la poesia totale” [Rumma, 1969], in cui enumera e evidenzia numerose diramazioni, ante e post, etichettate in modo personale da molti autori, ma tutte riconducili a testi misti di parola e immagine, sia in tendenze distruttive sia in tendenze costruttive.

 

Questa premessa per chiarire il senso dell’uso della formula “poesia visiva”: va intesa in due modi, il primo è quello di uno specifico gruppo di autori fiorentini negli anni sessanta, il secondo è quello diffuso dai librai antiquari e dai collezionisti, nelle aste, prendendo il sopravvento per brevità e per “farsi capire”, restando una tendenza letteria-artistica non vincolata alle mode stagionali, quindi tuttora vitale e sempre rinnovata.

 

Fra gli anni sessanta e gli anni settanta avevo cominciato a scrivere testi poetici passando dal disegno [“segno grafico-pittorico”] al “segno linguistico” [unendo due pulsioni parallele, sempre avute, dall’infanzia: la letteratura e l’arte figurativa]. Nel 1975 le edizioni Geiger [di Adriano Spatola e Giulia Niccolai] mi avevano pubblicato una sequenza di epigrammi, testi poetici brevissimi [1972], non trascritti tipograficamente ma riprodotti tali e quali, perfino nello stesso formato A4, a grafia larga e spessa, inchiostro nero su carta bianca. In tale direzione, avevo già iniziato a produrre libri rilegati in esemplare unico, da leggere e da guardare, per lettori e per visitatori di mostre [nei decenni successivi, una produzione o un genere a sé, quello dei cosiddetti “libri d’artista”]. Non erano opere di “poesia visiva” in senso stretto, nel senso del gruppo degli autori che ignoravo, le definivo “testi calligrafici o “tavole verbo-visive” [Rossana Apicella le inseriva nella sua “singlossia”, due o più linguaggi assieme, parola e immagine]:

 

la parola non veniva associata a un’immagine ma diventava un’immagine essa stessa, un’immagine astratta e non realistica come nella vera e propria “poesia visiva”: un genere di scrittura poetica che considero e che viene considerato come una mia specificità, essendone l’iniziatore, e in cui continuo a operare da quasi quaranta anni

 

Nel frattempo, non smettevo di scrivere testi poetici del tutto verbali, più o meno poesia tradizionale destinata alla stampa, prima e dopo la raccolta intitolata la “finestra a ghigliottina” [Guanda, 1978].

 

La ricerca e la sperimentazione restavano l’unico collante delle due pulsioni [verbale e verbo-visiva], per cui nel tempo avevo tentato altre formule che mi si addicessero, p.e. “poesia critica” [nel senso di “fare critica” e “della crisi”], una poesia non troppo intimistica, sia pure rispecchiante una sfera esistenziale, più filosofica, non perché non fossero presenti in me i lati irrazionali o sentimentali, ma per la consapevolezza della loro inattualità o problematicità nel mondo moderno, o per pudore, per non ostentarle, per lasciarle nella sfera privata.

 

Sempre più centellinato il testo poetico puramente verbale, sempre più ridotto, icastico, quindi ritornando alle mie premesse, alla spontaneità dell’epoca in cui, da ragazzino, scrivevo poesie risolte in un verso [in tutta evidenza, o forse, influenzato dalla lettura di alcuni lirici greci, i cui testi erano giunti a noi in forme frammentarie]. Fino alle composizioni liriche in una sola parola [neologismi], due parole, o in tre parole [quasi tutte], ma trascrivendole in “tipografie anomale”, a pacchetto, senza altre immagini: due plaquettes di “poesie laconiche” nel 1999 e nel 2000.

 

Intanto avevo chiarito a me stesso che la pittura, frequentata assai meno della letteratura, era diventata di estrema inattualità [soprattutto a causa dell’arroganza vincente del computer], per cui ritenevo possibile una scappatoia quantomeno provvisoria nel senso di un’“arte elementare”, proprio così, piccoli formati, mezzi semplici, disegnini, oggettini, fino a sfiorare le arti popolari o ingenue, insomma tutto quello che sfuggiva al cosiddetto “mercato dell’arte”.

 

All’improvviso: cinque anni di fotografia, con una reflex professionale, ma sempre per tentare nuove forme di “testi” [cfr. il mio saggio sulla fotografia nell’“avvertenza” pubblicata nel catalogo “bellezza in bicicletta” [fotografie, libri, oggetti, 1997-2002], ixidem, 2002. Un’altra formula, sia pure generica: “scritture visive” [ma tutte le scritture sono visive, allora “scritture enfaticamente visive” o “scritture visualizzate” o “poesia visualizzata”].

 

Infine, la “poesia figurata” [dagli antichi “carmina figurata”, poesie in forma di disegno, i testi scritti diventavano disegni: per esempio, parlando di una croce veniva disegnata una croce]. Però sottolineando che, nel mio caso, la “figura” restava astratta, l’amanuense moderno scriveva e scrive testi in immagini astratte, salvo rare eccezioni.

 

La fotografia mi aveva fatto avvicinare alla poesia visiva in senso stretto, quasi mio malgrado, anche se lo stile restava diverso, trattandosi di “scatti” unici e autosufficienti o di sovraimpressioni o di collages poetici o concettuali [materici, ossia realizzati a mano con carte e cartoncini, non ancora virtuali, non ancora risolti nella computer graphic].

 

[al contrario, nella poesia visiva degli anni sessanta-settanta si era fatto molto uso di immagini tratte da rotocalchi, mentre io, invece, mi piccavo di ottenere scritture poetiche con foto realizzate da me stesso, come avrebbe fatto qualsiasi fotografo, quindi con un’attenzione particolare alla tecnica, una volontà iniziata da zero, o da sotto zero, intorno al 1997]

 

Ho così tracciato le coordinate e le sigle o le formule entro cui cercavo di sintetizzare le mie due principali pulsioni creative: poesia e arte visiva, a parte la narrativa [cfr. “romanzo”, Campanotto, 1990]. Per rimarcare la consapevolezza di tali ricerche poetiche e/o verbo-visive, le edizioni ixidem, “private press books” o libri d’artista, avevano accolto, con mia gratificazione, molti fra i principali autori viventi, a cominciare da Carlo Belloli, fino al 2003 [cfr. la bibliografia e il catalogo pubblicati anche nel blog “ixidem.myblog.it”, una continuazione delle edizioni cartacee].

 

I miei testi calligrafici restavano, comunque, il settore che mi rappresentava e che  continua a riflettermi con maggiore pertinenza, ed era vero, tuttavia con altri tentativi di sperimentazione, per rinnovarmi, ma non a freddo, bensì nell’urgenza di nuove visioni e di nuovi contenuti.

 

La via di una nuova ondata creativa è stata indicata dall’acquisto di una macchina fotografica digitale, nel 2008, che mi aveva indotto a continuare a realizzare numerosi “assemblaggi effimeri”, come alla fine degli anni novanta.

 

Erano e sono assemblaggi fotografati, in cui i singoli elementi messi assieme ritornavano a dissociarsi, per cui l’opera restava la fotografia, ora non più nei vecchi “negativi”: pagine di scritture poetiche, come nello “still life”, con qualche rara intrusione di elementi estranei alla parola [testi calligrafici + immagini significative, non ancora “poesia visiva” in senso stretto]. Nella volontà, comunque, di realizzare opere uniche, ingrandendole, facendole montare su alluminio, o concretizzandole in collages su carta o su cartoncino, in tavole da parete o in libri d’artista.

 

 Ancora all’improvviso, quest’anno, i primi tentativi di grafica computerizzata, da quando ho quattro blog, che di fatto sono siti personali più o meno “aperti” [infatti, avevo in mente di accogliervi altri autori, come una continuazione delle edizioni ixidem cartacee: giancarlopavanello.myblog.it, itinerariprivati.myblog.it, ixidem.myblog.it, poexia.myblog.it.

 

La computer graphic esiste da quando esiste il computer, ovviamente, ma ne sono stato attratto soprattutto per la veicolazione dei testi al di fuori dei libri tradizionali [che tuttavia non ripudio, tutt’altro, in piccole tirature d’artista]: vere e proprie poesie inserite in immagini realistiche o frammentate, collages virtuali, e così via. La sperimentazione è in corso, e restano in corso anche le edizioni tradizionali e le mostre “live”, tutto in progress, come è in progress la vita di un autore.

 

In questa fase  lo spessore poetico contava e conta più della capacità tecnica: molti fotomontaggi virtuali di altri autori sono di una bellezza folgorante, con nessi e connessi anche in senso cinetico o sonoro [sinestetico], forme coinvolgenti più organi sensoriali, la vista e l’udito in primis ma, volendo, anche il tatto e l’olfatto]: sono prodotti da grandi esperti del medium [il computer], in confronto  ero e sono l’ultimo principiante. Tuttavia, spesso restano abbastanza piatti o banali, il più delle volte surrealisteggianti di maniera, molto di maniera, o puramente “estetici”.

 

Una segnalazione riguardante questo settore. All’inizio avevo tentato di riallacciarmi ai disegni dell’adolescenza o giovanili, con intrusioni nel fumetto [che avevo del tutto trascurato, anche se qualcosa era apparso in “puzz” nei primi anni settanta, incoraggiato da Max Capa e da altri]: più specificamente, nella vignetta poetica o più o meno satirica. Il nuovo strumento tecnico mi induceva a ripercorrere la mia strada creativa per giungere ad altre sintesi [e la cosa continua], ma presto, soprattutto con una maggiore dimestichezza con la fotografia virtuale, anonima, non d’autore, disponibile, reperita nel web, mi sono ritrovato a operare con irruenza proprio in un genere molto affine alla “poesia visiva” in senso stretto. All’inizio, nei primi mesi del 2009, definivo genericamente “tavole verbo-visive” le immagini postate, poi mi sono adattato a utilizzare la formula più nota, essendo quella prevalente [le puntualizzazioni restano possibili e aperte].

 

Ma il fatto più nuovo è stato soprattutto il tema politico: la vis comica o ironica associata alla critica sociale, dettata dalla particolare situazione in cui si trova l’Italia, un paese messo in ridicolo [magari con commiserazione] in tutto il mondo, definito “repubblica delle banane” [che vedevo come la “repubblica dei ratti”].

 

La critica politica [presente nella “poesia visiva” in senso stretto] mi aveva riportato agli ultimi anni sessanta e ai primi anni settanta, forse destinata a concludersi, emarginata dai miei interessi creativi più autentici, con una normalizzazione democratica e civile dell’Italia, o per assuefazione o per stanchezza.

 

Sequenze di cosiddette “poesie visive”, in cui operavo un montaggio lineare di  immagini in prevalenza fotografiche, allusive o in contrasto, con didascalie o con brevi commenti: tutto sommato, potevano essere considerate “vignette” [lontane dai disegnini con gli omini tutti nasi e testone, ampiamente di maniera], quindi rientranti nel genere “fumetto” [sia pure nella scarsità di balloons]. Spesso potevano apparire  semplici pagine, impaginazioni, o spezzoni narrativi o “narrative art”.

 

Da tempo mi ero posto il problema del “fumetto”, soprattutto dal punto di vista teorico: al giorno d’oggi il computer è il mezzo dei mezzi e lo sarà sempre più. Forse  i giovani stavano cominciando a trascurare la letteratura disegnata, quella cartacea, ossia gli albi comprati nelle edicole e nelle librerie, preferendo frequentare i siti e i  blog? I siti e i blog, e tutto quello che si poteva vedere interagendo in internet, non erano un unico fumetto collettivo?

 

Per di più, veniva concretizzato il vecchio ideale della sinestesia, come ho accennato: la tendenza a unire varie percezioni sensoriali in una sintesi, con il computer si può leggere e guardare [la vista] e ascoltare [l’udito], si digita [il tatto], con le chat e con la webcam si giunge a ulteriori sintesi, con tanto altro in fieri in senso fantascientifico, in una fantascienza realizzabile.

 

Internet è la nuova forma di fumetto. Non è un fumetto il videogioco? L’interazione in una community? La chat e la webcam sono addirittura forme di teatro o di spettacolo personale, un teatro domestico.

 

Le “vignette politiche”, dettate dalla contingenza politico-sociale, però ritenendole una fase passeggera, per ritornare nell’alveo della poesia lirica [non troppo sentimentale, non ingenua]: poesie visive, sia pure, ma riconoscendomi  nell’arte agitatoria di John Heartfield, il maestro del fotomontaggio del periodo pre-nazista e nazista, inserito nel dibattito, nell’azione e nelle tragedie del suo tempo, e che al giorno d’oggi avrebbe ridimensionato le proprie posizioni ideologiche e partitiche per ridefinire in senso fattivo la pulsione verso un’arte critica presente in ogni epoca. In fondo, mi ero sempre sentito più sensibile verso il dada europeo dei primi del novecento, e molto più tiepido o scettico nei confronti del futurismo italiano.

 

Giancarlo Pavanello: la poesia visiva [un saggio personale] [con una poesia visiva dell’autore]ultima modifica: 2009-11-18T07:50:00+01:00da auro.lauro
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