Gaetano Facchi: dal diario di un borghese degli anni venti: [selezione a cura di Adele Crippa – introduzione di Paolo Facchi] [con poesie visive o illustrazioni di Giancarlo Pavanello]

Paolo Facchi

dal diario di un borghese degli anni venti: Gaetano Facchi

    Mio padre Gaetano (1884-1966) fu attivo come editore dal 1913 al 1924. Nel catalogo di una Mostra documentaria e iconografica organizzata alla Biblioteca Trivulziana di Milano nei mesi di aprile-maggio 1999, promossa dalla fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori e dall’Istituto Lombardo per la Storia della Resistenza e dell’Età Contemporanea, viene chiamato da Anna Modena dell’Università  di Pavia “un editore di cultura alle origini del tascabile popolare”.

   Terminata in modo burrascoso e fallimentare la sua attività editoriale (il 1923 fu un anno tragico per molti editori), dovette improvvisarsi commerciante di libri rari, ma in forma privata, essendosi anche ritirato nella sua casa di Casatenovo Brianza.

   Erano gli anni di transizione tra il regime liberale, uscito esausto dalla tragedia della prima guerra mondiale, e il fascismo che si stava costituendo in regime. Mio padre era un borghese, come educazione, cultura e condizione sociale. Ma appartenne a quella minoranza della borghesia che non aderì al fascismo. Vivendo appartato (si vantava di aver dormito l’ultima sua notte a Milano proprio il 28 di ottobre 1922) poté sviluppare il suo spirito critico, che travasò in un Diario, manoscritto sospeso nel 1929.

   Da questo diario abbiamo ricavato alcune osservazioni proprio relative al nuovo regime.

   Mio padre scriveva queste note negli anni in cui il fascismo si stava consolidando. Ho messo in corsivo alcune frasi che sono di evidente attualità.

 

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 Gaetano Facchi

Diario

 Milano, 22 febbraio  923

    Mussolini, che oltre a chiamarsi Benito e all’essere romagnolo si fa fotografare a cavallo di un cavallo per la prima pagina dell’Illustrazione Italiana e altri suoi ritratti fa esporre nelle vetrine del Corso vicino a ritratti di Napoleone, ad majorem dei gloriam, cioè è maggior gloria di Napoleone onorato di rassomigliare al “duce” generalissimo quanto lui. Mussolini vuol far vedere che riesce ad épater le bourgeois, ma anche a far restare a bocca aperta i letterati e gli studiosi. Di fatti, all’insaputa della Procura del Re, che protesta, e per mezzo di quel suo Del Bono, manda intorno per tutte le librerie d’Italia delle squadre di ben affetti napoletani a far nascondere dalle vetrine e qualche volta a sequestrare i “libri pornografici”. (Questo Benito nelle vetrine non vorrebbe vedere che il suo ritratto). Ma poiché questi gruppetti polizieschi, gesticolanti le loro cadenze napoletane, nulla sanno di grafia e di pornografia, null’altro produce il loro lavoro che perditempo e confusione e largo malcontento in chi vende e compra libri. I quali per fortuna in Italia son pochi. Nessun processo vero e dovuto può farsi, nessuna condanna uscirà. Ma intanto il duce avrà ottenuto lo scopo di “farsi sentire”; e poi qualcuno di beneficiato ci sarà pure; per esempio, certi preti: visto che i libri di pederastia sono esclusi dall’incetta, dal che acquistano particolar pregio. Grande parvenu della politica, questo Mussolini. Egli ha promesso un governo forte; mi sembra invece che il suo governo abbia le due caratteristiche essenziali della debolezza: la prepotenza, che è la degenerazione della potenza, e l’inefficacia, che è il risultato dell’impotenza. Non è col regime del bastone che si governa un popolo come l’italiano: e tirannia non è buon governo.

 

 Ad un mio conoscente, G.M., è successo di peggio. Anarchico, seb­bene studioso più che propagandista, fu arrestato insieme con L.R., l’amica sua, con cui conviveva: sono accusati di complotto comuni­sta. Egli faceva l’editore ed aveva pubblicato molti volumi di autori classici: Stirner, Ferrari, Nietzsche: insieme, purtroppo, con alcuni opuscoletti di propaganda. Cinque camioni dell’ex-guardia regia si recarono alla sua dimora e caricarono tutto quanto il suo magazzino editoriale, e tutto scaricarono nel cortile della questura, mentre i fa­scisti si posero a ballare in coro su quei classici volumi, insozzando il pensiero di Nietzsche e la grande anima di Stirner coi loro calci da Bravi imbestialiti. Alla casa fecero scempio delle tappezzerie, dei quadri, dei ritrati di famiglia. La R., essendosi tempo fa convertita alla religione mussulmana, aveva nel suo salotto, dove esercitava anche chiromanzia, vasi arabi e tappeti e oggetti d’arte coi quali l’anarchia nulla aveva da vedere: tutto fu rotto, stracciato, calpestato, da questi emissari di un governo “forte”. Ma il governo forte è quello che pu­nisce senza esorbitare: giusto e frenato: padrone dei suoi strumenti: non sopraffatto da chi lo deve ubbidire. Quello che mantiene le leggi, non quello che ne abusa a favore di parte. Quello che ottempera alle leggi, o le rivede: non quello che le salta come ostacoli da pista.

Eccellenza di governo è liberalità.

Fin qui il fascismo ha giovato all’Italia difendendola contro la so­praffazione comunista; ma se a quella sopraffazione deve sostituir­si quest’altra nuova, diciamo schiettamente che esso ha già finito di giovarle. Si bastona ingiustamente e si uccide non per il paese, ma contro il paese. Perché nulla si produce. Guai a coloro che nella patria difendono la parte e non il tutto! Essi sono sommamente esecrabili politici.

Così il fascismo si disonora:

“Molti di vita e sé di pregio priva.”

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Casate, 24 febbraio 1923

Sono arrivato insieme con un camion e un carretto carichi di vo­lumi, forse sequestrabili. Edizioni Monanni. Edizioni erotiche. Fatto il carico di buon mattino, temendo di minuto in minuto qualche sor­presa, son riuscito a scapolarla. Un mio vecchio contadino quasi ot­tantenne che capisce e ricorda, commenta: “L’è come quand gh’ave­vum chi i tudeschi in casa”.

 

Casatenovo, 20 Gennaio 1928

Dopo forse sei anni di devastazione fascista, il paese è finalmente in rovina. Perché le forme di governo son due sole, e di qui non si esce. Quella che sale dal popolo, e quella che scende, come dicono, da Dio. La prima non è altro che una specie di procura che il popolo dà ad alcuni suoi membri perché amministrino il bene comunale: un’incombenza vigilata. La seconda, che s’afforza della complicità as­surda di un falso dio, è la volontà di un padrone, che si fonda sempre sulla conquista. Tale è il fascismo, che ha conquistato l’Italia a mano armata e vuole il rinfianco della Chiesa, naturalmente. Certo il buon governo è dato dai buoni uomini, in tutti i casi. Ma la prepotenza del conquistatore, la sua vanitosa e dura in comprensività, è generalmente incapace ad attirare a sé uomini dignitosi e intelligenti; suoi complici naturali sono l’arrivismo, la corte, la schiavitù morale e materiale, le bassezze dell’interesse immediato e personale: scuola d’uomini per­fidi e noncuranti del bene comune. Questa è certamente una forma cattiva di governo, anche se il capo ne fosse un uomo buono, perché non possono essere buoni i gregari: lo vede oggi il nostro paese. In quanto all’altra forma di governo, la popolare, bisogna vedere la na­tura del popolo. E ogni popolo, al dire di Mazzini, ha il governo che si merita. Esso è ottimo nei popoli ottimi: vedete l’America. Essa è l’espressione delle qualità di un popolo: ed è comunque, in tal senso, giusta, perché da quelle giustificata. Comunque oggi l’Italia è tutta un mor­morio… Il che è buon segno, perché vuol dire che il popolo italiano ritrova se stesso e caccerà la conquista che lo tiene. Vedremo poi il governo de’ suoi meriti…

 

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 Casatenovo, 1 settembre 1928

Il fascismo mi ha l’aria di una casa costruita su due mine che da un giorno all’altro possono brillare. L’una è l’orgoglio del duce, l’altra il suo personalismo. L’orgoglio di Mussolini fa ch’egli non possa accetta­re collaboratori che non siano lecchini e umili servi: per tanto ogni persona di dignità e di valore si allontana da lui. Il suo personalismo fa che ogni provvedimento da lui preso si attagli unicamente e strettamente alla sua persona ed assuma quindi un carattere di provvisorietà, com’è prov­visoria ogni persona, specie se invisa a molti mortalmente. Di qui accade che l’azione mussoliniana da un lato se stempra, degenera, nella collaborazione; dall’altro viene accolta sempre dalla sensibilità degli italiani come fortuita e passeggera. Essa è subito corrotta, essa è sempre provvisoria. Ma il paese chiede provvedimenti integri e statu­ti duraturi. Chi agisce si trova alle prese con una sfrontata corruzione; ma i più non agiscono, sfiduciati e convinti dell’attuale provvisorietà delle cose. Gli uni e gli altri sono attaccati in ogni loro energia dal mussolini­smo, che soffoca il paese.

 

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 Casatenovo, 8 novembre 1928

Il fascismo ha un bel dirsi e vantarsi fattivo, esso è quanto mai inta­sato di teoricume tra bolso e maniaco. Che cos’è la campagna demo­grafica di Mussolini? é un gridare ai sassi, un chiamare a vuoto; la po­polazione diminuisce in proporzioni sempre maggiori; ed è naturale, se poniamo mente al disagio finanziario che inceppa il paese. Volete dei figli? e togliete le tasse e favorite i commerci e le industrie. Ma una nazione che, in seguito specialmente alle spese scervellate del suo go­verno e del suo capo che vuol figurare a ogni costo, si sente di giorno in giorno precipitare nella miseria, una nazione composta di famiglie che non guadagnano, o stentano o patiscono l’inopia, non cerca di allargarsi numericamente, non lo può volere; e le prediche e le tanta­fere demografiche non fanno altro che metter i coniugi sull’attenti; che renderli curiosi dei mezzi maltusiani; oggi molti ne bisbigliano, fin anche i contadini più tonti e le villanotte più secondo natura; tutti ne imparano. Cosa di maggior praticità sarebbe stata il non toccare, di questi tempi, l’argomento: perché, quando un argomento è mes­so il discussione, la ragione umana si mette volentieri a trovar aiuti all’utile generale, e che detta la conclusione è la convenienza. Così la campagna demografica fatta in alto è seguita da una campagna, direi così, antidemografica fatta in basso; e tutti concludono nella conve­nienza di non aver figli. E i padri poi si domandano perché Mussolini vuole da noi dei figli? qui si alza, a mo’ di risposta in faccia a loro, il fantasma doloroso della guerra, pur anche e pur troppo già noto ai più. E, in tanto che bacia la propria donna, l’uomo di cuore guarda il fantasma e risponde: no.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Gaetano Facchi: dal diario di un borghese degli anni venti: [selezione a cura di Adele Crippa – introduzione di Paolo Facchi] [con poesie visive o illustrazioni di Giancarlo Pavanello]ultima modifica: 2012-08-13T06:05:00+02:00da auro.lauro
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