Lucia Marcucci: bicicletta di vita [2005] [con una poesia visiva dell’autrice]

             

 

Lucia Marcucci


bicicletta di vita

[2005]

Avevo poco più di due anni quando mio padre mi insegnò a pedalare sulle due ruote, rigorosamente due, poiché diceva altrimenti non mi sarei più staccata dal vizietto delle quattro di salvataggio usate da molti altri bambini. Come sempre audace ai primi giri imboccai la strada della nostra villetta e giù per la discesa! Ricordo mio padre spaventato che mi rincorse gridando di frenare: sbandai e feci il primo capitombolo, anteprima di moltissimi altri. Iniziai così il mio rapporto con l’amata bicicletta, un rapporto duraturo, ancora a settantadue anni! C’è stato solo il periodo del matrimonio, dieci anni, di parentesi motoria: forse ha contribuito anche questo alla sua fine? Può darsi che la sensazione di libertà fosse un poco impallidita proprio per questa mancanza.

 

La fanciullezza e la bici mi davano brio, lo spandevo a destra e a manca voluttuosamente, le mie amiche e i miei amici mi imitavano perché altrimenti mi avrebbero perso ma non tutti se lo potevano permettere e allora prestavo l’amata ma non per molto, concedevo loro questo privilegio dopo raccomandazioni preoccupate. Quanti chilometri per i viali del parco dove abitavo: pedalavo per gioco ma anche per necessità: tutte le mattine per andare a scuola con la pioggia o con la neve almeno fino a quando la guerra sottrasse le gomme delle ruote e allora… talvolta facevo i giretti solo sui cerchioni sobbalzando a ogni sassolino. La guerra finì e le gomme ricomparvero: quante gite con papà, mamma e la sorellina (lei sul seggiolino della bici di mio padre), andavamo nei dintorni di Firenze; una volta nella discesa da San Donato mi si gelarono le mani eppure dovevo tenere stretti i freni, fu una inimmaginabile sofferenza; arrivati a casa mi fecero immergere le povere manine dolenti nell’acqua calda e pian piano riprese a circolare il sangue. Altra gita ricorrente era al mulino delle Remole dove abitavano i nostri contadini perciò molto spesso facevamo quei venti chilometri per prendere un po’ di cibarie, verdura e qualche pollo, il mulino era una bellissima costruzione cinquecentesca situata sulle rive dell’Arno, ancora funzionante, le pulegge e le enormi macine bianche di farina evocavano, nella mia immaginazione di bambina, storie di mugnaie e di fantasmi, di fanciulle fuggitive, rincorse da mostri per quelle anguste scalette che portavano al fiume, affacciate a feritoie e urlanti dallo spavento. Avevamo soggiornato lì durante il passaggio del fronte di guerra per alcuni mesi, io ci tornavo molto volentieri perché avevo ancora qualche amicizia, qualche ragazzino con cui avevo passato le giornate giocando a nascondino, a palla, a rincorrerci per i campi, lungo gli argini del fiume, a essere inseguiti dalle oche e dai maiali arrabbiati per qualche dispettuccio!

 

Pedala pedala arrivò la pubertà, arrivò l’amore. Era un amore conosciuto al liceo ma durante le vacanze estive abitava a Livorno, ci scrivevamo tutti i giorni e perché la lettera gli arrivasse puntuale dovevo imbucarla alla stazione: come ci arrivavo? In bicicletta! Attraversavo tutta Firenze, canticchiando felice, talvolta mi accompagnava una cara amica e allora chiacchieravamo complici come possono essere due ragazzine di sedici anni. Non facevo più le faticose pedalate in montagna o nelle campagne: mio padre aveva ricomprato la motocicletta e la macchina cosicché i lunghi percorsi, le grandi scampagnate e le passeggiate le facevamo molto più lontano avvalendoci di quei trasporti molto comodi dove si poteva caricare un certo numero di vettovaglie. La mia passione però non cambiò: sempre amata bici, sempre attrezzo adorato, sempre mezzo di libertà totale!

 

Individualista, nemica del tandem, le scelte in prima persona, gli itinerari trovati senza aiuto, libera di fare, di non fare, di andare all’ora che sceglievo, dovevo però tornare a casa all’imbrunire. Gli orari erano relativi al dovere o allo svago ma indipendenti da fattori imposti. Non è così con l’auto: in questi ultimi tempi la costrizione delle infinite regole, gabelle, ingorghi, sensi vietati, parcheggi inesistenti, ganasce, multe, benzina alle stelle e chi ne ha più ne metta, fa sì che viene voglia di buttarla allo sfasciacarrozze: ciò non avviene per la bicicletta, quando mai il desiderio di rottamarla? Forse solamente se fossi impedita per paralisi sopraggiunta. Purtroppo si deve spesso combattere con qualche assessore dell’amministrazione municipale che non si perita a perseguitare i ciclisti con grosse cesoie che alcuni scriteriati dipendenti usano per tagliare le catene: il deposito comunale è pieno di due ruote che i possessori logicamente abbandonano preferendo ricomprarsele, se non altro per non dare soddisfazione ai tagliatori e per non pagare l’eventuale multa. Nonostante tutti questi pregi il pericolo di essere investiti, di essere ridotti in poltiglia è sempre in agguato: scampo tre volte al giorno a queste sciagure, non ultimi i turisti che con i loro greggi travolgono l’indifeso ciclista che deve fare lo slalom fra questi e i piccioni. Ultimamente sono stata buttata a terra da una fanciulla cretina che ha spiccato una corsa guardando dalla parte opposta alla sua traiettoria: un proiettile di abbondante carne mi ha travolto! Fortunatamente so cadere (per ora).

 

Totale libertà: si possono percorrere sensi vietati, montare sui marciapiedi, se un vigile ti rimprovera puoi gridargli che ci potrebbero fare un monumento, puoi dargli anche dei dati sbagliati, o puoi sorridere e tirare diritto.

 

La carina non inquina, mantenerla costa pochissimo, parcheggiarla è uno scherzo, se la rubano puoi comprarne un’altra per una manciata di euro. Quando la inforco mi sento ragazzina anche a questa mia bell’età, fischio, canticchio, vedo la vita in rosa e ciò è una panacea che si ripete tutti i giorni anche quelli piovosi poiché scappo fra una goccia e l’altra. Vado al mio studio due volte al dì, quindi quattro chilometri per quattro uguale sedici! Il percorso è tutto nel centro di Firenze e quando arrivo in Santa Croce metto la bici al suo bel parcheggino e ogni tanto la guardo, amorevolmente, dalle finestre dello studio, negli intervalli fra un’opera di poesia visiva e l’altra.

 

Lucia Marcucci: bicicletta di vita [2005] [con una poesia visiva dell’autrice]ultima modifica: 2012-08-13T05:59:00+02:00da auro.lauro
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