Paolo Facchi: racconti e saggi [con due fotografie di Gi.Pava.]

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  Mezz’agosto a Milano

 

Camminavo su di un marciapiede di Milano, in un pomeriggio di mezz’agosto. Intorno a me c’era tanta aria. Quasi nessuno. Ma, ad un tratto, una mano sulla spalla. Era un’amica, simpatica e cara. – Oh! Che fai tu qui a Milano, in un pomeriggio di mezz’agosto?

 

Non risposi. Chiesi a mia volta: – E tu, che fai tu qui a Milano in questo pomeriggio di mezz’agosto?

 

Sono passati trent’anni. Lei non sa che cosa facessi io a Milano in quel pomeriggio di mezz’agosto. Io non so che cosa facesse lei a Milano in quel pomeriggio di mezz’agosto.

 

***

[RICHARD COEUR DE LION ET ISABELLE D’ANGOULEME  a Fontevraud-L’Abbaye, dipartimento Maine-et-Loire]

 

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Lei. Non c’era che il silenzio che mi stesse; il buio anche. Questi non li temevo. Mi sembrava che essi soltanto consentissero alla mia persona di espandersi, volendo, o di richiudersi. Oggetti e persone, fuori dalla luce, apparivano e sparivano, come a me piaceva. Via dai rumori e dalle ombre tutto era trasparente e penetrabile e il mio corpo si ingigantiva, tutto occupando, solo. E’ sempre, ancora, così.

 

 Lui. Non mi sento aggredito dal silenzio. Non lo temo. Mi sembra anzi che esso consenta alla mia persona di espandersi o, se lo vuole, di richiudersi. Li ascolto e non li ascolto. Oggetti e persone nel silenzio appaiono e dispaiono, come piace a me. Nemmeno li vedo più. Non vedo ombre, tutto è ad un tempo trasparente e penetrabile. Il mio corpo è presente a me, qui dove io sono, solo.

 

 Lei e lui. Quando inevitabilmente il silenzio finisce ed io ritorno nel mondo rumoroso e sonoro la fatica è maggiore. Non me la posso prendere con i rumori naturali; li sento appena e potrei nemmeno sentirli se mi allenassi ad ignorare le piccole differenze che sono tra l’uno e l’altro. Non si può fare questo con i rumori costruiti. Ahimé, superano a gara la mia capacità di annullarli. Vengono prodotti per essere sentiti. Allora la strada è quella di prenderli non in se stessi, ma come segni. Segni di qualcosa che tace. Può il rumore rappresentare il silenzio? Non lo so. Però io ho deciso che sia così. Anche il più ciarliero e noioso e fastidioso dei presenti diventa sopportabile, perfino benvenuto, se lo si prende come il messaggero di qualcuno che non si fa sentire. Nemmeno io sono sempre in silenzio. Più volte che non si direbbe, o non si dovrebbe, produco suoni e perfino semplici rumori. Ma anche in questo caso la soluzione è possibile: non mi ascolto.

 

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 Giancarlo Pavanello

Paolo Facchi, Berlu Berlu – il grande biancatore, 2010.

 Avevo iniziato questa nota il 4 febbraio 2010, quando avevo ricevuto da Paolo Facchi un fascicoletto fotocopiato intitolato Berlu Berlu – considerazioni su un diseroe [questo sottotitolo è stato espunto], in cui si faceva riferimento a un “incontro” avvenuto nel mese di novembre 2009, in tutta evidenza in una sala pubblica per dialogare fra intellettuali e non. Pensavo di inserirlo nel blog “poexia.myblog.it” ma, data la lunghezza, avevo deciso di ricopiare, invece, due suoi brevissimi racconti, tuttora postati. E l’avevo fatto sapere all’autore, che ora mi invia un “libello” stampato nel modo sobrio delle copisterie o dei centri grafici [sia detto in termini positivi]: Berlu Berlu – il grande biancatore, [senza sigla editoriale], 2010.

 

 

 

Paolo Facchi è un professore universitario in pensione, filosofo e narratore, autore di numerose pubblicazioni scientifiche e di fantasia [per lo più racconti]. Forse la cosa gli viene a noia ma va detto, a mio avviso, che è il figlio dell’editore Gaetano Facchi [1884-1966], attivo nell’editoria fra il 1913 e il 1924.

 

 

 

Nel vedere questo opuscolo, ho subito pensato che fosse un “samizdat”, e infatti la parola appare a pagina 6: “Nasce così una letteratura aziendale, perlopiù orale, che si ripete e si passa da una persona all’altra, come i famosi ‘samizdat’ dei tempi di Stalin”. Poi, però, mi sono detto: “Ma no, al giorno d’oggi tutto viene veicolato in internet, anche il dissenso in tutte le sue forme e ‘senza limiti’, nei blog, nella massima libertà”.

 

 

 

Invece sì, in teoria dovrebbe essere così, in parte è così, tuttavia, almeno in Italia [quindi, non solo nei paesi a forte valenza dittatoriale], si ha l’impressione che si stia rafforzando sempre più un tentativo di limitare la libertà di opinione e di stampa [con casi clamorosi in TV]. Perfino nei blog, che al potere con aspirazioni unidirezionali appaiono più pericolosi perché diffusi in modo capillare, meno controllabili dei più tradizionali mass media. Sempre più si cerca di censurare i bloggers, non in modo diretto, spesso, ma indiretto, in modo subdolo e zigzagante, strisciante. Colpire i “samizdat” virtuali potrebbe perfino rivelarsi più facile e più proficuo, essendo i loro autori più indifesi, alla luce del sole o sotto i riflettori artificiali, ossia senza forze politiche che sappiano o vogliano difenderli e soprattutto senza alcuna capacità di mobilitazione, essendo troppo frazionati e dispersi i “soggetti collettivi” superstiti.

 

 

 

Quindi: una produzione libellistica, l’espressione scritta di un dissenso orale, nel genere del “passaparola”, a diffusione privata, potrebbe avere ancora una sua importanza politica e  storica, fastidiosissima per il potere che non sa come controllarla. Un po’ quello che si diceva i decenni scorsi a proposito dell’editoria marginale, emarginata, minima, la micro-editoria, l’editoria diretta, l’eso-editoria, i “private press books”, come gli unici spazi liberi per una vera ricerca letteraria e artistica e per una rinascita  in opposizione all’industria cosiddetta culturale o, meglio, editoriale, allo strapotere pressoché unico del marketing.

 

 

 

[Affermazioni, queste, in piena coscienza fuori moda, almeno per il momento, le stesse, en passant, che mi fanno evitare di entrare nei gruppi “facebook” dedicati alla diffusione della lettura e dei libri, ovviamente dell’editoria reclamizzata nei mass media, regalandoseli, recensendoseli, e così via: non per snobismo ma per una precisa scelta di campo e in base a consapevolezze intellettuali, definite, giuste o sbagliate che siano, si vedrà.]

 

 

 

Divagazioni preliminari per accennare all’opuscolo di Paolo Facchi, ma a grandi linee, per non turbarne più di tanto la segretezza, la sua caratteristica di “samizdat”, sottolineando però che è tutto impostato su una eccessiva correttezza nei toni del linguaggio, lineare ma allusivo e a volte, come nel racconto “la leggenda del grande biancatore”, addirittura ermetico, non abbastanza da non lasciare trasparire che il tema è il “riciclaggio”, con misteriosi numeri di telefono che si rivelano numeri di conti correnti in cui affluisce il denaro, buste piene di denaro che ci si ritrova in mano [non] si sa bene perché, il tutto in un alone di mistero e di non spiegato, ponendosi domande.

 

 

 

Una narrazione che ricorda la chiarezza dei grandi scrittori dell’Ottocento francese, Stendhal, forse, o Maupassant…: una linearità acuta di chi è abituato a riflettere e a esprimere le proprie riflessioni per farsi capire e per dialogare.

 

 

 

La prima parte, la parte principale nell’economia dell’opuscolo, è il saggio “Berlu Berlu”, il ritratto psicologico di un noto primo ministro, caratterizzato da un suo “egotismo delirante” [“egotismo”, da Stendhal], autosufficiente, autoreferenziale, fissato sulla negazione della critica e del dissenso: “Quando l’insulto e lo sdegno non bastano si va a cercare il ‘morto in cantina’; comincia la ricerca di informazioni private, il ricatto, la minaccia, nella convinzione che un morto in cantina ce l’abbiano tutti”.

 

 

 

[Parentesi, aggiungiamo: è plausibile che non vengano sguinzagliati i detective privati per sapere vita morte e miracoli di chi, fra i dissidenti, bloggers o no, politici o no, si mettono in vista per la loro insistenza nella contestazione, satirica o no? Al di fuori delle legittimissime “intercettazioni” della polizia e dei magistrati, queste sì, necessarie, quando si desidera una società democratica e civile, ordinata.]

 

 

 

Qua e là, alcune annotazioni argute di carattere generale [oltre che particolare]: il vecchio adagio “articolo quinto, chi tiene la borsa ha vinto”, “mania compraiola”, gli avvocati sono “capitani di ventura, fanno la guerra per chi li paga”, “una religiosità bancaria”, “non farà mai niente per te, se prima non ti ha comperato, pagandoti anche a rate, nei casi grossi”.

 

 

 

Nel secondo saggio, successivo, “considerazioni dopo la nota aggressione del 13 dicembre 2009”,  l’autore dubita che si tratti solo di “egotismo delirante”: “Si dice in Brianza che ci vuole il lavoro per fare soldi. Si dice anche che se il lavoro è tanto i soldi possono essere tanti. Ma si continua dicendo, sempre in Brianza, che se i soldi sono tantissimi, tantississimissimi [sic], oltre misura, è sempre perché c’è sotto qualcosa; qualcosa che non vien detto e che proprio lavoro non è”.

 

 

 

Sulla “libertà”: “non si riferisce alle libertà individuali, quelle del liberalismo all’antica. Non si tratta nemmeno di libertà economica, quella che si chiamava del liberismo. Le sue sono le libertà aziendali: non rompeteci le scatole con i controlli interni e quando andiamo in giro lasciateci circolare; è una libertà intesa come assenza di controlli”.

 

 

Un opuscolo con cui l’autore, come dichiara in una noticina iniziale, si cerca di comprendere e di immaginare quello che non ci viene detto. Come dire: riferimenti a persone e a fatti puramente casuali.

 

 

***

 

Paolo Facchi: persuasioni – scritti filosofici (1953-2010) (a cura di Massimo Bonfantini), ATì Editore, gennaio 2012 [in copertina: Tullio Pericoli, paesaggio, 1981]

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Keine Politik Mehr” (di politica non ne facciamo più). In difesa dei governi tecnici.

   Questa frase sbrigativa mi veniva  ripetuta da occasionali interlocutori nella ancora distrutta Germania del ’48 ’49, fra macerie di case e mutilati. Soltanto il disegno delle strade era rimasto delle loro antiche città.

   Ora che anche noi, italiani,  dobbiamo camminare fra le macerie della trista e pericolosissima vicenda berlusconiana, non si sa fino a che punto conclusa, forse soltanto sospesa; ora che gli italiani devono apprendere a non dimenticare di quanto fossimo scesi in basso; e di quanto fossimo saliti nella gerarchia dei saltimbanchi e nemmeno dei comici, ma dei commedianti che scivolano su di un palcoscenico dalle assi bagnate; ora è il caso di rivolgersi a coloro che stanno ancora lì con la bocca aperta.

   Coloro che non digeriscono i sacrifici del governo Monti e rimpiangono le favole berluscon-bossiane accusano questo nuovo governo di essere soltanto “tecnico” e non emergente da sovranità popolare. Come se un popolo avesse il diritto di rovinare se stesso. Come se fossero valide soltanto quelle decisioni che sono state prese direttamente dal popolo in forma elettorale, nemmeno dai parlamenti e dai governi; nemmeno da quelle poche persone che hanno la competenza per prendere decisioni presumibilmente le più funzionali.

   E’ un atteggiamento che sembra non tener conto della regola, pur riconosciuta in comune, che “chi vuole uno scopo non può non volere i mezzi che ritiene adatti a raggiungerlo”. E fa pensare che l’efficacia di tutti i mezzi dipenda da chi li propone,  Il decisore è colui che schiaccia il bottone, e il suo bottone sarebbe quello giusto se lui ha la posizione riconosciuta. Siamo nella suggestione, nella magia. Lo stesso bottone diventa quello sbagliato se lui si è trovato lì senza la valida autorizzazione, che è poi la veste del mago. Un modo di ragionare come questo ha i suoi presupposti ed è molto più diffuso fra gente di quanto si creda. Fa anche ricordare proverbi come “l’occhio del padrone ingrassa la  mucca”: non basta la mano del contadino, che certamente meglio del padrone ne sa di fieno e di stalla. Ci sono coloro  che dicono “accetteremo di fare dei sacrifici quando ce li chiederà un governo che ha i titoli per chiederceli” e quei titolari siamo noi, perché quei sacrifici li dobbiamo fare noi. Soltanto la signora che apre la borsa ha la competenza per sapere se quello che sta acquistando è utile o non lo è. E’ un ragionamento che rende inutili, anche sospetti, tutti i consigli di estetisti, farmacologi, terapeuti e via di seguito. E li sostituisce con la demagogia, la suggestione, l’imbroglio, l’ignoranza saccente.        

   Si arriva a concludere che soltanto un governo legittimato dal popolo può prendere decisioni per il bene di quel popolo. Ma nella nostra contingenza italiana la mia opinione è che sia proprio il contrario. Perché nel valutare le decisioni di un governo legittimato, votato dalla maggiorana, bisogna vedere come è stata ottenuta questa legittimazione.

   Faltar el pueblo” mi sembra si dica nella lingua spagnola. Viene da un vecchio adagio; credo che significhi “non si combina niente di buono ingannando la gente”. Perché un consenso ottenuto con l’inganno non dovrebbe avere credito alcuno. I signori che rimpiangono la merda berlusconiana, quella “che non puzza”, perché a lui basta crederlo, e rimpiangono anche quella dei suoi alleati,  perché ci hanno fatto l’abitudine a vederle assieme, si sentono gratificati e non si accorgono dell’inganno che c’era dietro.  Ma questo inganno  aveva soltanto il merito di essere  abbastanza nuovo. Ora non lo è più, e i nostri signori sparano a salve. Anche perché questo continuo “parlar da stupidi” genera diffidenza. 

   Questo inganno consisteva nel fatto che gli elettori, e ormai sono quasi tutti elettori, si sentono ripetere alcune cose che pensano loro stessi, o perlomeno che si dicono quando sono fra di loro. E se la sentono ripetere sulla carta stampata, sulla televisione, perfino su certi libri; e quindi con l’autorevolezza che da tali fonti deriva. E vengono anche allenati, incoraggiati, a ripetersele da un’osteria all’altra, magari anche in certi salotti. Certo, tutti sono capaci di avere delle opinioni, e ne hanno anche il diritto. Ma  questo non dice nulla sulla qualità di quell’opinione, la quale va giudicata con i mezzi appropriati, e quasi sempre il singolo parlante questi mezzi non li ha. Non ha quello che possiedono in pochi, e che si chiama “onesta  competenza”. Perché le competenze sono sempre in pochi ad averle e hanno faticato nel procurarsele; e devono faticare per tenerle aggiornate. Il trucco riesce  perché c’è la convinzione che un’ opinione, da opinabile o addirittura sballata, diventa attendibile, diventa vera, se la si ripete in pubblico: “se tutti la pensano così, sarà  così che bisogna fare”. E si dimenticano che c’è qualcuno che ha interesse a far che tutti la pensino così ed ha anche i mezzi per ottenere quello che gli interessa: è quel qualcuno che controlla i famosi “mezzi di comunicazione di massa” e ci mette dentro quello che serve a lui.  Ma una banalità, una sciocchezza, non diventa una verità perché la si ripete ogni sera in televisione o la si legge ogni mattino su tutti  giornali; e nemmeno se la si ripete a voce, così, distrattamente.  Ripetizione, moltiplicazione infinita e incessante sono soltanto quello che sono; non inverano e non santificano nulla.

   Se poi quell’opinione, quella sentenza che viene esposta in pubblico è proprio la nostra, chi resisterà alla tentazione di concludere “allora avevo proprio ragione, è proprio così che bisogna fare”? E’ la cosiddetta vanità degli ignoranti, che qualche volta sono anche proprio degli imbecilli. E’ proprio sfruttando questa vanità che si vincono le elezioni, si costituiscono le maggioranze parlamentari. E questi sarebbero i titoli per governare?

   Al governo è meglio che ci vadano le persone di competenza, che i problemi se li sono studiati e sanno prospettare soluzioni sensate. E questo lo dovrebbero comprendere anche i parlamenti; che ripetere le banalità degli “uomini qualunque” è ben diverso dal sapersi orientare in mezzo ai problemi di quegli stessi “uomini qualunque”.     

 

 

 

Paolo Facchi: racconti e saggi [con due fotografie di Gi.Pava.]ultima modifica: 2012-08-13T06:07:00+02:00da auro.lauro
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